VENEZIA - Io non sono qui fa parte di quella categoria di film ammirevoli che hanno tutte le virtù per vincere un festival, per entusiasmare cinefili del tipo più visionario, e per far fuggire strepitando il pubblico definito normale, che pretende di sapere cosa stia mai succedendo sullo schermo, chi siano i personaggi che lo occupano, come cominci e come finisca la storia. Però il film risuona della musica e dei versi strepitosi di "Like a rolling stone", di "Mr. Tambourine man" e di qualche altra decina di canzoni di Bob Dylan, interpretate da lui o da altri. E si può quindi immaginare che i suoi giovani ammiratori non baderanno al sublime cinecaos che solo specialisti insieme musicali e filmici riusciranno a decifrare, e ancora più incantati resteranno gli attuali sessantenni che ai tempi di "The times they are a-changin" non solo avevano tanti capelli ma erano sicuri che una canzone sarebbe bastata a cambiare il mondo. Todd Haynes è il regista raffinato di "Lontano dal paradiso" e di "Velvet Goldmine" ambientato nella Londra anni Settanta del glam rock, e resta oscura la ragione per cui abbia voluto raccontare un personaggio, Bob Dylan, che a 66 anni non smette il suo tour infinito di concerti e che, malgrado i documentari e le biografie a lui dedicati, continua a essere sconosciuto, non solo per la sua smania di segretezza (quante mogli, quanti figli, chi fu amante e chi no, mah!), ma anche per la sua abitudine a fornire sempre diverse versioni di sé. Dice il regista: «La mia è una speranza: ricordando gli anni trionfali di Dylan, i Sessanta, con la guerra del Vietnam contro cui i giovani americani si opponevano, spero che si spezzi la rassegnazione attuale dell' era Bush, che si ritrovino i contenuti veri di una società libera, giusta e democratica». Ma perché Dylan? «Perché è la personificazione del pluralismo americano, con tutto il suo bagaglio di conflitti, trasgressioni e tradizioni». Ambiguo, enigmatico, indecifrabile, affetto da personalità multipla? Detto fatto, Haynes ha evitato l' impossibile (anche dal punto di vista legale) biografia, e incasinando eventi, anni e canzoni, ha diviso Dylan (contentissimo, è il solo progetto su di lui che ha approvato) in sei personalità e quindi sei attori. Dylan bambino che strimpella la sua chitarra è un negretto, ma non si chieda perché. Dylan poeta si fa rappresentare con una certa audacia da Arthur Rimbaud, Dylan cantante folk (Christian Bale) presta le sue canzoni alle marce per i diritti civili però elogiando in un discorso l' assassino di Jack Kennedy; spinto da una compagna, (Julianne Moore) si converte al cristianesimo, predica cantando poi ritorna all' ebraismo. Dylan marito e padre indifferente (Heath Ledger) lascia sempre sola la moglie Charlotte Gainsbourg mentre infuria la guerra in Vietnam. Dylan rock star, è il ' 66, Haynes se lo ricorda così strano che lo fa interpretare da una donna, la geniale Cate Blanchett, cui gli spiritosi vorrebbero fosse assegnato o il premio per la miglior interpretazione maschile o un nuovissimo premio bisex. Dylan attore e compositore ("Knockin' on heaven' s door"), in "Pat Garrett e Billy the Kid" di Sam Peckinpah, e a sacrificarsi, conciatissimo nel ruolo del vecchio Billy, è Richard Gere. Ultime parole di Dylan-the Kid, per dare un senso all' ardito, spettacolare nonsense: «Posso cambiare nell' arco di una stessa giornata. Quando mi sveglio sono una persona e quando vado a dormire so con certezza di essere qualcun altro. Per la maggior parte del tempo non so chi sono». Figuriamoci noi sperduti spettatori.

di Natalia Aspesi, 5 Settembre 2007